2009 Cardiologia negli Ospedali - Il rientro dell’impulso di Marcello Costantini
Da sempre la medicina ha attirato l’attenzione di letterati e scrittori. I medici per umanità e per formazione personale hanno storicamente avuto legami stretti con la cultura umanistica e letteraria, tanto da offrire interessanti contributi narrativi sotto forma di romanzi, racconti, opere teatrali, poesia, storia, saggistica (Fracastoro, Sacks, Celine, Čechov, Che Guevara, Crichton, Tobino, Bisiac, Cuccia). In cuor suo, un medico che scrive sceglie di fronte alla quotidiana realtà della malattia di dare vita alla creatività, trasformando in inchiostro di parole i sentimenti, i sogni, lo spirito professionale con libera fantasia. In fondo, più di qualsiasi altro professionista il medico è sommessamente un protagonista della “commedia umana” come della malattia dell’uomo, sia pur nell’incertezza della sua arte, del probabilismo, dell’esperienza necessaria e delle conoscenze che non sempre lo aiutano a ricercare la verità terrena del male. Prima di ogni cosa il medico è un artista, di quella nobile arte che si veste anche di scienza.
Marcello Costantini, Direttore della Cardiologia di Galatina, ha recentemente pubblicato un bellissimo libro dal titolo “Il rientro dell’impulso”, LUPO Editore. Come non stupirsi positivamente nel leggere che “in una società come quella in cui viviamo l’amicizia sembra quasi una trasgressione”. Al di là del forte aneddoto che invita tutti a riflettere, le sue sono pagine di un intrigante racconto che trasuda di affetto, di passione per la Cardiologia, a cominciare proprio dal titolo. Con toccante sensibilità e con buona vena letteraria, è singolare scoprire nel testo la forza dell’educazione tecnico - scientifica, che si integra con la sua cultura umanistica.
Un entusiasta della storia del Salento, il Sud grande risorsa carica di bellezze, di forza della natura, di passione e umanità. “Se uno non è mai stato da quelle parti è inutile perdere tempo in descrizioni: per quanto mi possa sforzare difficilmente potrebbe comprendere”. Fantastici tratti di costa salentina dove l’incantevole azzurro del mare, il verde della natura e degli olivi e le bianche rocce calcaree divengono i più forti testimoni di una lunga storia di popoli e civiltà che giocano con la fantasia del narratore. Con un linguaggio semplice, ma al tempo stesso espressivo e pragmatico, Marcello Costantini dà forza ad un’emozionante narrazione dove nulla è scontato. Tutto si rimette in gioco, come la vita passata dell’uomo che ritorna persino come parodia, pur di riaffermare la religiosa immortalità dell’anima. Tra guerre, amori, conquiste, tradizioni, dopo i greci e i latini, nei secoli successivi si è assistito nel Salento ad un vero fluire di tante civiltà: “gentile” bizantina, “dispotica” normanna, “laboriosa” messapica e persino “artistica” longobarda.
La vita dell’uomo è un continuo gioco che è costantemente segnato da eventi contrastanti, ora tragici ora comici, ora di attesa e meditazione, ora di panico e sofferenza: un rincorrersi di forze contrarie del bene e del male. Il racconto si snoda tra aneddoti di lavoro in Ospedale, definito un “tempio dell’amore”, dove il vissuto e l’incontro con la sofferenza dei malati, vecchio quanto l’uomo, sono l’eterno presente. Un lucido e libero sfogo alle più nascoste passioni dell’Autore: il lavoro, la Terra, l’antica Grecia come madre di ogni evoluzione socio - culturale salentina e il mistero soma/psiche della taranta. “Nel Salento era esistita per secoli ed esisteva ancora della gente che si riteneva morsa da un ragno e che questo era motivo di grande sofferenza fisica e morale. Solo attraverso la danza, una danza forsennata al ritmo ossessivo scandito da un tamburello […] la persona colpita trovava giovamento e veniva temporaneamente restituita ad una vita sociale accettabile. Fino alla prossima crisi.”
Tutto torna, o meglio ritorna, una fuga fatta di tante storie, perché anche l’impulso ha il suo noioso rientro, dove fuggire diviene una sorta di inseguimento, qualcosa che si perpetua senza fine. C’è chi viaggia sempre senza partire mai e c’è chi viaggia lontano alla ricerca di qualcosa per poi trovarne un’altra. Siamo nella messapica Rocavecchia (Lecce), dove il vento di “tramontana spezza sogni e idee, sacrificandoli all’imprecazione”. È qui che “una ventina di chilometri a sud - est di Lecce c’è un posto magico, intriso di mistero”, dove si sviluppa il suo giallo “investigativo”. Ma l’indagine si estende ben oltre il “mistero” da cui parte, arrivando a toccare con voli pindarici e tecnicismi letterari i campi più disparati della vita, tenuti insieme dal “peso” delle cose che ritornano. L’eroe di questa sfida letteraria è il Professor Pallares, coltissimo ”Maestro”, incontrato per caso che insegna a mettersi in gioco a prescindere dall’età e da ciò che si dà per conosciuto, nell’unica certezza che tutto quello che c’è da sapere è ”là fuori che vaga”, a disposizione dell’io vicino e dell’io lontano.
Il filo del racconto è intriso di un dilagante flusso di pensiero fatto di richiami storici e antropologici, aspetti professionali, ricordi d’infanzia, di formazione, antichi miti e novelle popolari. Il risultato è quello di far rivivere l’essenza del nostro tempo tra la medicina e il misticismo, la magia e la preghiera, anche rimettendo in gioco il ricordo degli spiriti sciamani, ovvero i cercatori di anime smarrite. È come un emergere di ”tracce” (alcuni incontri e alcune figure di pazienti sono singolari) dalle quali spunta un’umanità intensa che fa da sfondo a un ”giallo” archeologico che prende il lettore anche quando appare un pretesto. Infatti, in questa storia giocata nel rincorrersi del vecchio e del nuovo Salento, tra Pavia, Cremona, Lisbona, Parigi, Galatina e Stoccolma, di interrogativi e misteri se ne aprono tanti: da quello sulla materia e l’antimateria a quelli medico - scientifici, a quello sugli antichi culti mediterranei, per cui spontanee sorgono le domande sull’effettiva circolarità dell’esistenza e del “tutto che torna”.
Il libro è scritto con grande agilità come scrive Costantino nella sua prefazione, la parola scritta scorre libera spaziando in fatti veri, come si trattasse di un sogno, di un miracolo, di un gioco di ipotesi interpretative in campo cardiologico. Solo così, vagando con la fantasia, è possibile accomunare il vecchio fenomeno isterico - convulsivo della taranta causato dalla puntura del ragno Lycosa tarentula, espressione di disagio sociale in giovani donne, con strani casi di miocardite che simulano un infarto ST elevato in giovani uomini. Un’ipotesi bizzarra ma quanto mai suggestiva, perché sotto un’unica bandiera lega due momenti storici, due patologie diverse del corpo e della mente e, come naturale, l’uomo e la donna giovani.
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